Investimenti globali nell’energia pulita stimati a 2.000 miliardi di dollari nel 2026, ma il divario di finanziamento per infrastrutture e transizione energetica nei Paesi del Global South resta significativo. Il nuovo policy brief dell’International Chamber of Commerce propone un’agenda in due fasi per favorire la mobilitazione di capitali privati, senza compromettere la stabilità finanziaria.
Nel 2026 gli investimenti globali nell’energia pulita sono destinati a raggiungere circa 2.000 miliardi di dollari. Eppure, nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo (EMDEs), continua a persistere un significativo deficit di finanziamento per infrastrutture essenziali e progetti legati alla transizione energetica.
Secondo il nuovo policy brief di ICC, dal titolo “Unlocking infrastructure and project finance in EMDEs: The case for prudential clarifications and reform”, il problema non risiede semplicemente nella disponibilità di capitale a livello globale, ma soprattutto nel costo del finanziamento, strutturalmente più elevato nei Paesi emergenti rispetto alle economie avanzate.
Il policy brief analizza in particolare il ruolo del Basel Framework e il modo in cui alcune sue disposizioni, pur concepite per rafforzare la solidità del sistema bancario, possono involontariamente limitare la disponibilità di capitale privato destinato a infrastrutture e progetti di transizione energetica nei Paesi emergenti.
Un trattamento prudenziale che può frenare gli investimenti
Uno degli elementi evidenziati da ICC riguarda il trattamento particolarmente prudenziale del project finance nell’ambito di Basilea III. I progetti infrastrutturali possono infatti essere soggetti a requisiti patrimoniali elevati anche quando presentano solidi flussi di cassa, garanzie, assicurazioni contro il rischio politico o la partecipazione di banche multilaterali di sviluppo. Inoltre, il riconoscimento delle garanzie e di altri strumenti di mitigazione del rischio di credito può risultare limitato o non uniforme.
A ciò si aggiunge il ruolo dei cosiddetti country risk ceilings, che possono determinare una valutazione del rischio eccessivamente legata al merito creditizio del Paese, anche quando il singolo progetto presenta caratteristiche di elevata solidità e dispone di adeguati strumenti di protezione.
Il risultato è un aumento del costo del capitale per le banche, che si riflette a sua volta in costi di finanziamento più elevati per i progetti, riducendo la possibilità di realizzare iniziative potenzialmente sostenibili e finanziabili.
L’agenda ICC: due fasi per sbloccare nuovi investimenti
Per affrontare queste criticità, ICC propone una agenda di riforma in due fasi, distinguendo tra interventi tecnici immediatamente attuabili e riforme strutturali che richiedono un’analisi e un coordinamento più ampi tra le autorità di regolamentazione.
Nel breve termine, ICC individua alcune chiarificazioni mirate al quadro Basel III che potrebbero essere introdotte, ad esempio attraverso nuove linee guida o frequently asked questions del Basel Committee on Banking Supervision.
Tra le proposte figurano:
- aggiornare le indicazioni sulla mitigazione del rischio di credito, tenendo maggiormente conto del funzionamento degli strumenti offerti da banche multilaterali e istituzioni di sviluppo, nonché delle garanzie private e delle assicurazioni contro il rischio politico;
- chiarire il trattamento temporale degli strumenti di mitigazione del rischio, riconoscendo l’efficacia di procedure di rimborso consolidate;
- consentire l’applicazione di pesi di rischio differenziati alle esposizioni coperte da garanzie parziali, in modo da riflettere meglio l’effettiva riduzione del rischio;
- riconoscere automaticamente determinate istituzioni finanziarie multilaterali e di sviluppo con rating pari o superiore ad AA-;
- fornire indicazioni più chiare sul trattamento degli strumenti di mitigazione del rischio a livello del debitore nelle operazioni di project finance.
In una seconda fase, ICC propone invece di avviare un lavoro più ampio sulla disciplina prudenziale, con particolare attenzione al trattamento del project finance, alla distinzione tra rischio sovrano e rischio specifico del progetto e alla possibile introduzione di un scaling factor per progetti infrastrutturali di elevata qualità nei Paesi emergenti.
Più capitale privato, senza ridurre la stabilità finanziaria
L’obiettivo delle proposte non è ridurre gli standard prudenziali, ma allineare maggiormente i requisiti patrimoniali al rischio effettivo degli investimenti.
Una valutazione più accurata dei rischi, accompagnata dal pieno riconoscimento degli strumenti di mitigazione disponibili, potrebbe infatti ridurre il costo del capitale e rendere finanziabili un numero maggiore di progetti infrastrutturali ed energetici nei Paesi emergenti.
Per ICC, intervenire su questi aspetti rappresenta quindi un’opportunità concreta per mobilitare maggiori investimenti privati verso il Global South, sostenendo infrastrutture, crescita economica e transizione energetica, mantenendo al contempo la solidità del sistema finanziario globale.
